Entrevista de Federica Tomasello (en italiano)

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Femminismi da Abya Yala. Intervista a Francesca Gargallo

A cura di Federica Tomasello

Femminismo da Abya Yala ci restituisce un dialogo tessuto fra te e le tante donne che hai incontrato nelle comunità indigene in America Latina. Cosa ha significato per te scrivere questo libro? Quale sono le impressioni che hai raccolto durante le presentazioni?

Io credo che una delle grandi sorprese che ho avuto da Femminismo da Abya Yala è stata l’accettazione che ha ricevuto prima in Spagna, per esempio tra le donne gitane e poi qui in Italia, tra le letterate. E’ interessante che i libri del femminismo che io scrivo, influenzati ovviamente dal fatto che ho studiato filosofia e l’ho insegnata per 23 anni all’Università, abbiano avuto un riscontro positivo da donne, che in genere, in Italia, sono state le letterate, che cercano di costruire un discorso sulle maniere di difenderci e riprenderci la parola. I miei due libri sono stati tradotti da due donne che si occupano di letteratura e non di filosofia, il che è molto interessante, se vediamo la letteratura non solo come un prodotto ma come una creazione, come la possibilità di diffondere un pensiero tra un numero maggiore di persone. Valeria Manca è stata professora per anni al Magisterio di Letteratura Latinoamericana, ha tradotto delle pagine scelte di Femminismo da Abya Yala. A partire da questo lavoro è nato un dibattito su che cosa significhi che i femminismi delle differenze non siano solo femminismi delle differenze sessuali, ma siano femminismi delle differenze culturali, religiose e delle forme di organizzazione in dialogo per reciproche insegnanze. La preoccupazione principale è quella di rendere visibile l’azione femminista non come una azione individualista bensì collettiva, culturalmente ancorata nel proprio tempo.

 

Il viaggio che hai intrapreso e che ti ha portata a scrivere Femminismo da Abya Yala, ti ha permesso di incontrare tante donne che ti hanno offerto un altro punto di vista sul mondo e sul ruolo politico, sociale e culturale di noi donne all’interno dello stesso. Cosa ha significato per un’accademica e una femminista l’incontro con questi saperi, esperienze, visioni del mondo altre che troppo spesso il pensiero occidentale svaluta?

Ho impiegato 6 anni per realizzare questo libro. Sei anni che mi hanno poi portato ad una crisi e, alla fine della redazione di questo libro, a dare le dimissioni all’Università. Ho effettivamente vissuto fino in fondo una crisi rispetto all’educazione occidentale, che ho percepito come un processo di domesticazione, come uno strumento per imparare a ubbidire a dei mandati che per esempio ci impediscono di vivere fino in fondo le nostre differenze. Penso per esempio alle differenze sul come curarci, alle differenze su come vivere le relazioni sesso-affettive. In questo momento in cui la destra appella alla famiglia io mi chiedo: ma quante famiglie ci sono? Perché si parla di “la famiglia”. E’ questa dittatura del pensiero occidentale che ha costruito dal 1600 ad ora una tendenza, la tendenza ad una famiglia nucleare, onnipotente, che ci separa dalla società. In un mondo in cui tutti siamo sfruttabili allo stesso modo, il nucleo che permette questo sfruttamento perché ci distoglie dalla solidarietà del collettivo è proprio questa coppia riproduttiva che si isola da tutti gli altri, in dei cubiculi, all’interno di case sempre più piccole. Ora c’è bisogno di meno figli. In fondo siamo su una gran barca in cui oggi vivono sette miliardi di persone e se non ci ridimensioniamo un po’, affonderemo. Perché non pensare per esempio anche il diritto all’aborto come un diritto delle donne a un pensiero ecologico? Non vogliamo più avere figli perché siamo troppe. Questo non significa che tra tutte noi non vogliamo però educare e generare una futura generazione di donne giovani che non devono essere separate in famiglie, ma vivere in collettivo.

 

Continuando a ragionare intorno al collettivo, e in particolar modo alla relazione tra femminismi, collettività e comunità. Qui in Italia si parla molto poco di femminismi comunitari e soprattutto delle proposte elaborate dalle femministe comunitarie di Abya Yala. Quindi ti chiederei di raccontarci quali sono le esperienze e le proposte di queste donne e soprattutto se ha senso per te, immagino di si, apporre l’aggettivo “comunitario” alla parola femminismo. In tal caso, perché ritieni necessaria questa specificazione?

Io credo che sia necessaria anche in senso decoloniale, piú precisamente in senso anticoloniale, anticolonialista e critico. Proprio per un’epistemologia del femminile non colonialista. Ricordo che 30 anni fa in Messico le compagne dicevano che uno dei limiti del femminismo messicano era quello di non esser capace di prendere in considerazione l’individuo donna e la sua libertà individuale. Oggi invece ci ritroviamo davanti al fatto che l’apporto per tutte noi, che arriva dell’America Latina e dai popoli indigeni è proprio quello della dimensione collettiva all’interno dello spazio e delle vite che vogliamo trasformare. Per esempio, i femminismi collettivi e comunitari hanno assunto la lotta per la difesa dei territori indigeni come una difesa costruita tra uomini e donne. Questa lotta, seppur condotta con gli uomini, le porta però ad essere titolari della loro presenza territoriale nelle comunità. Poiché non esiste la proprietà privata, il diritto al lavoro e la titolarità del proprio lavoro nel territorio comunitario non viene più esercitata esclusivamente da una figura maschile ma si fa’ propria delle donne.

 

Questi femminismi comunitari che mirano alla producción e reproducción de lo común, alla salvaguardia del comune, un comune che non annulla la singola, ma anzi ne vede la realizzazione anche e soprattutto nell’incontro e confronto con le altre e gli altri, in un contesto collettivo, è uno spiraglio di luce rispetto a quella che definisci la modernità emancipata?

Certo. I concetti storici non sono di una sola cultura, la storia ha degli usi e costumi che ci arrivano dall’800 tedesco. Lì più o meno si decise che la storia inizia con la scrittura e che la modernità comincia con il commercio transcontinentale, con l’invasione dell’America. La modernità inizia nel 1492. Ma cos’è che chiamiamo modernità? E che similitudini ci sono tra l’Europa, l’America, l’Australia, l’Africa, l’Asia? Ovviamente essa rappresenta l’espansione coloniale di una piccola parte del mondo, che in realtà appartiene geograficamente a uno spazio molto grande che potremmo chiamare Eurasia (in cui l’Europa è la parte minore ed è anche la meno popolata). Ma da questa parte estremamente occidentale dell’Eurasia, avviene un’espansione di tipo coloniale, commerciale, che tende a costruire sempre di più l’idea che quello che decide la cultura di questa parte del mondo è universale. La modernità emancipata è la modernità che accetta gli universali europei come validi, per esempio l’idea di progresso, per esempio l’idea di individuo, di individuo sovrano, di individuo che ha più diritti della collettività. Solo con questa astrazione di una idea universale si può pensare che è possibile “esportare” il proprio modello politico e economico (sistema di generi opposti e inconciliabili, proprietá privata, superioritá umana sulla natura, rappresentativitá, ecc.) e che una sola storia comprenda tutto. Il femminismo comunitario mette in discussione proprio questo universale, quello dell’individuo al di sopra del territorio, dell’ecologia del territorio, della vita, della comunità e delle persone. In che modo io mi posso liberare, se mi trovo in una condizione di non libertà generale o di sfruttamento o di negazione del valore del mio sapere? Perché il sapere deve passare dall’Accademia, deve passare dalla ratificazione occidentale o non é tale. Il sapere deve essere attraversato da un tipo di razionalità completamente occidentale, che vuole un diritto che sia individuale, non collettivo. Un diritto che deve sempre porre delle ammende quando altri popoli dicono: “questa è la vostra idea, non è l’idea di tutti”. Credo che ciò che ci insegnano le comunità originarie, soprattutto quando si ribellano, penso alla rivolta dei Nasa del 1973 e alla lotta Zapatista dei popoli Maya dal 1994, è che non si può usare la terra come se non fosse viva, perché è lì che viviamo. Noi dovremmo vivere in accordo con la terra e non contro di lei e questo pensiero viene comunicato e condiviso dalle donne in maniera molto forte. Poco tempo fa ero con una architetta veneziana che mi diceva delle cose straordinarie: lei di fronte alla progressiva totale cementificazione delle città italiane, sentiva delle vere e proprie angosce corporali, in senso ecologico profondo. Lei diceva di provare la necessità di tendere la mano alle altre donne per dire insieme “no! basta cemento! basta autostrade! non vogliamo più nuove case! Vogliamo una vita migliore!”. Questo discorso ha avuto su di me un impatto molto forte perché, in qualche modo, questa architetta mi diceva ciò che mi avevano detto anche delle contadine in Guatemala.

 

Hai fatto riferimento alla necessità di vivere in armonia con la terra e non contro di lei. Questo mi ha rimandato al concetto di corpo-territorio che i femminismi comunitari e le donne di Abya Yala stanno discutendo. Un concetto che richiama alla vulnerabilità della vita umana e alla nostra indissolubile ecodipendenza. Un concetto, quello di corpo-territorio, che per il timore di ricadere nella trappola dell’essenzializzazione della natura femminile, rischia di non essere compreso qui in occidente?

Credo che una delle prime risposte negative al concetto di corpo-territorio che ho sentito (soprattutto in Italia, molto meno in Francia e ancora meno in Spagna) è legata all’immediata accezione del corpo-territorio come corpo-natura, come corpo non cultura, come corpo biologizzato in qualche modo. In realtà il territorio è un concetto molto complesso, per il quale si usano diverse parole, diverse perifrasi, dipendendo dalle 607 lingue che si parlano in America Latina e che cercano in qualche modo di esprimere che cos’è un territorio. Un territorio in nessun modo è solo la terra. Il territorio è sì la terra, però è anche l’aria, l’aria che si respira, l’aria che porta alla vita comunitaria, collettiva. Il territorio è l’acqua. La maggior parte delle ribellioni indigene contemporanee, avvengono per la difesa dell’acqua che é in sé ed é anche per il bosco, per le persone, per gli animali. Per cui il territorio è terra, è acqua, è aria, ma è anche flora e fauna, è anche la comunità umana con la sua cultura, con la sua spiritualità, che lì abita. Non è pensabile il territorio come una terra da suddividere o da possedere. Il territorio è lo spazio della vita. Per cui la donna che difende il suo territorio, per esempio una montagna dalla violenza invasiva delle ruspe, e per farlo impiega per fermarle il suo corpo (il corpo di una persona che vive in collettività) è una donna che ha una relazione politica ed ecologica con il territorio in cui vive. E’ una donna che ha una relazione con il territorio in cui vive, appunto, perché è lì che vuole fare la sua vita, è lì che vuole trasformare la vita delle donne in senso positivo, è lì che non vuole essere ammazzata, è lì che vuole essere riconosciuta, è lì che vuole incidere sulla sua cultura, sulla sua lingua, sulle relazioni, sul diritto alla sua sessualità e ad avere o non avere figli.

 

Sappiamo che in Messico sono in aumento i casi di femminicidio ma anche che il movimento femminista si sta organizzando e sta crescendo, ti chiederei, per concludere, di raccontarci meglio la situazione, anche nell’ottica di costruzione di ponti fra esperienze e resistenze.

I movimenti femministi sono fondamentali, soprattutto perché siamo un continente di mega città. Città del Messico e San Paolo credo siano le 2 città più grandi d’America. Sono mega città in cui si sta producendo una cultura urbana che è molto spaventata dalla generazione urbana stessa di violenza, specificamente prodotta contro le donne. La prima città di “maquila”, cioè la prima città di un’industria di assemblaggio è Città Juarez, nella frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, iniziata da Kennedy nel ’67 e presentata come la grande proposta per i paesi più poveri da parte dei paesi più ricchi. Non è una proposta di oggi, è una proposta che viene dal ‘67, con quest’idea che i messicani e le messicane potessimo lavorare meno caro e quindi rendere più facile la vita ai capitalisti statunitensi. Questa situazione fa sì che le città perdano molto della loro cultura, per diventare città delle culture esplose: una grande migrazione interna verso questi poli che non hanno richezza propria, in cui il municipio stesso non ha nessun ingresso perché le aziende non pagano le tasse. Un Municipio in cui non si pagano le tasse è un Municipio povero, anche se genera molta ricchezza a dei privati e questo è Città Juarez. Città Juarez è un Municipio poverissimo che per esempio non può investire nella luce elettrica perché destina tutta la ricchezza prodotta all’industria statunitense che non paga imposte. Così il Municipio ha un pessimo servizio di trasporto pubblico, un pessimo servizio di illuminazione, delle pessime fogne, una pessima distribuzione dell’acqua potabile. Tra le altre cose è in mezzo al deserto. Per cui in una città poverissima si genera la maggior parte della ricchezza per l’industria statunitense ma non solo, anche per l’industria europea. Le industrie europee sfruttano terribilmente il lavoro mal pagato e non protetto dei lavoratori e delle lavoratrici dell’America, l’Asia e l’Africa nelle cittá di produzione di assemblaggio. Questo lavoro è fondamentalmente un lavoro femminile, che rende libere le donne dal lavoro non pagato nelle produzioni familiari e agricole anche se molto sfruttate. Guadagnano molto poco, però guadagnano per conto proprio. In genere poi lasciano la famiglia nel luogo d’origine, quindi non hanno legami di controllo sulla loro sessualità, sulla loro vita affettiva, sui loro comportamenti. Per cui magari vengono mal pagate, però durante il fine settimana possono comprare una bottiglia di vino, invitare compagne di lavoro, di casa e anche uomini e vivere una vita propria, non determinata da strutture di controllo, come possono esserlo le famiglie contadine. A Ciudad Juárez, nel 1993, cominciano a succedersi degli omicidi di donne per il fatto di essere donne, accompagnate anche da sparizioni lungo la frontiera. Sono le madri di queste ragazze morte, sparite, che cominciano a denunciare e coniano il termine femminicidio in una lingua latina. In inglese preesisteva la parola, ora, data l’ampiezza del fenomeno in Messico, femminicidio è diventata la parola che il paese ha coniato per il mondo. Il femminicidio non è sempre e pura violenza domestica, è vero che la maggior parte della violenza che le donne soffrono nel mondo, compreso in Italia, è una violenza che esercitano contro di loro membri delle loro famiglie o conoscenti, però è una violenza contro le donne che è sistemica e sociale: per cui uomini che non trovano lavoro, per esempio, si vendicano sul corpo delle donne perché loro lo trovano. C’è una vendetta del collettivo maschile nei confronti del femminile che lo spiazza nella vita pubblica. C’è anche molto risentimento. Uomini che uccidono donne perché perdono il loro potere, perché le donne non dipendono più economicamente da loro, o perché effettivamente prendono delle decisioni o hanno delle idee che non sottopongono al controllo della struttura patriarcale, del collettivo di uomini e donne che gli sono fedeli, come per esempio le suocere. E tutto questo è enormemente doloroso perché dal ‘90 a oggi il femminicidio in Messico è cresciuto del 400%. C’è un 400% di omicidi di donne in più rispetto a 20/30 anni fa. Oggi si registra una situazione di emergenza perfino nei posti dove credevamo di essere più in salvo, per esempio in città. Oggi Città del Messico sta vivendo cose che prima vivevano le province messicane: incremento della mortalità delle donne per essere donne, sparizioni, assassinati, un maggior numero di impunità di fronte a questi delitti. Però c’è anche una maggiore e più forte risposta femminista. Non solo c’è il movimento Ni una más (ovvero non una donna assassinata in più) ma anche il risveglio di un femminismo molto giovanile, di ragazze di meno di 30 anni, che si riuniscono, agiscono dai loro collettivi, nella difesa della vita di tutte le persone, nella difesa del primo diritto, che è quello alla vita personale e collettiva. La cosa preoccupante è che attualmente si sta generando una cultura della paura delle donne per togliere loro i diritti ottenuti dal movimento di donne negli ultimi 100 anni. La destra mondiale, che si sta organizzando come una vera internazionale di destra, e produce discorsi molto simili in tutto il mondo e in tutte le religioni contro la libertà delle donne, discorsi che toccano proprio la vita delle donne: “muoiono perché vogliono, dovrebbero stare a casa alle 10:00 di sera, sono assassinate perché non vogliono più fare figli agli uomini”. E’ un discorso che solo 20 anni fa avremmo considerato delirante e che invece adesso sentiamo per esempio in Argentina o in Italia da personaggi che menzionano per esempio il totalitarismo di genere. Assistiamo a un discorso di estrema destra che cerca di far coincidere (in modo molto strano) il pensiero femminista con il grande nemico delle destre che è il pensiero marxista. Come se il femminismo derivasse dal marxismo. Credo che invece il femminismo preceda come pensiero della liberazione il pensiero marxista e io proprio come esempio porto sempre questo: noi crediamo che la frase Operai di tutto il mondo unitevi! sia di Marx, e invece no, tre anni prima la disse Flora Tristan, socialista e femminista franco-peruviana. Nel suo libro, L’Unione Operaia, del 1843 dice che le operaie sono le sfruttate degli sfruttati. Lei muore per avvelenamento da piombo, perché non le poterono togliere la pallottola che le sparò il marito quando chiese il divorzio. Flora Tristan, grande teorica del socialismo utopico, di ritorno dal Perù, ricomincia la sua vita politica scrivendo sulle donne come sfruttate degli sfruttati, donne operai, della classe operaia. Lei dice: “Non ci può essere una liberazione operaia se non c’è una liberazione delle operaie. Non c’è liberazione senza liberazione femminile.”

http://www.iaphitalia.org/femminismi-da-abya-yala-intervista-a-francesca-gargallo/

Acerca de Francesca Gargallo Celentani

Escribo, soy lenta, pienso y odio las burocracias. A mis 62 años (soy de noviembre de 1956) cuando tengo calor me desvisto porque siempre me ha gustado andar desnuda. He viajado todo lo que he podido con mi hija y ahora estoy feliz de que ella viaje por su cuenta: me encanta descubrir el mundo a través de su mirada (no siempre coincide con la mía). Tengo menos fuerzas que hace 20 años, me canso más y cargo menos, pero sigo creyendo que el mundo se conoce caminándolo, cruzando fronteras físicas que se quisiera desaparecer, subiendo y bajando de vehículos, burros, zapatos, carretas jaladas por yaks (animales simpáticos, por cierto). Desconfío y evito las tecnologías que nos hacen dependientes y nos controlan el tiempo diciendo que nos lo ahorran. A este propósito: a los 55 años he dejado la academia porque está tan controlada que no deja pensar críticamente ni escribir con placer: el aprendizaje autónomo es un camino hacia la libertad

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