BERTA CACERES UCCISA DALLA MACCHINA PRODUTTIVA CAPITALISTA

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BERTA CACERES UCCISA DALLA MACCHINA PRODUTTIVA CAPITALISTA

Francesca Gargallo Celentani

Traduzione: Lorenzo D’Innocenzo

 

La macchina produttiva capitalista non ha alcun limite, ne’ ecologico-ambientale, ne’ il rispetto della vita umana. Necessita continuare producendo e per questo necessita estrarre (quel che sia: carbone, oro, petrolio, diamanti, magnesio e qualunque altra cosa esista nelle rocce, nella terra, nell’acqua, nella sabbia, nel corpo umano, la flora, la fauna) e generare guadagni, non importa que il guadagno si mangi i boschi del mondo e produca più gas da effetto serra che le auto, gli aerei e le barche insieme. Chi prova a fermare questo affamato lavoro produttivista è un nemico. Un pericoloso elemento sovversivo. Un agente di qualcosa peggiore del terrorismo. Vale tutto per distruggerlo.

Questo è il motivo per cui in 2 anni hanno assassinato 300 ambientaliste, la maggior parte delle quali indigene, e decine sono state/i sequestrate/i o arrestate/i con accuse inesistenti. Il 4 marzo, per esempio, per difendere la zona di Semuk Champey in Guatemala furono catturate le autorità q’eqchi Crisanto Asig Pop e Ramiro Asig Choc. Furono intercettati da persone armate, fatte salire con la violenza in un pick up e dopo consegnati alla polizia. Della legalità in America Centrale nessuno se ne ricorda.

Berta Càceres, la dirigente lenca che imparò ad ascoltare ed a parlare con il rio Gualcarque, dove risiede lo spirito femminile dalla cosmovisione del popolo lenca, sapeva che le “bambine” custodiscono i fiumi, l’alimentazione, le piante medicinali e l’acqua che loro compartiscono tra le persone. Berta Càceres organizzò il suo popolo contro le grandi opere delle idroelettriche che dopo il golpe del 2009 hanno ricevuto 47 concessioni per costruire dighe nel paese.

In particolare nel 2006, dopo la visita di diversi membri della comunità di Rio Blanco, i quali furono a denunciare, senza sapere i loro obiettivi, la presenza e l’attività di una macchinaria da opera pesante nel suo territorio, alla tessta del Consejo Civico de Organizaciones Populares e Indigenas de Honduras- COPINH- Berta Càceres accese la resistenza affrontando la costruzione della diga Agua Zarca.

Agua Zarca stava per essere costruita dalla più grande impresa idroettrica cinese, la Sinohydro Corporation, insieme alla costruttrice locale DESA. Immaginava la cacciata del popolo lenca dai suoi territori e lo sfruttamente delle acque sacre de rio Gualcarque. La lotta implicò sangue e sforzo, un dirigente contadino assassinato, minacce, intenti di incolparla di delitti inesistenti, fino a che nel 2013 la grande transnazionale cinese abbandonò la opera denunciando il contratto con il governo honduregno, allegando la continua e persistente resistenza comunitaria.

Berta e il COPINH fermarono il progetto, inspirando la resistenza di tanti popoli di Honduras e del mondo.  Per questo lavoro instancabile ricevette il premio ambientalista Goldman nel 2015.

Nonostante tutto, oggi la impresa DESA sta progettando nuovi piani per ricominciare la aggressione contro il Gualcarque. “Io personalmente incolpo la impresa DESA, costruttrice della diga idroelettrica Agua Zarca nella comunità di Rio Blanco, che in reiterate opportunità la minacciarono indirettamente o direttamente” affermò Berta Isabel Zuniga Càceres, figlia della coordinatrice del COPINH, dopo che due sicari entrarono in casa sua il 3 di Marzo all’una di notte e le spararono quattro colpi. Ospite di Berta quella notte era un altro dirigente ambientalista centroamericano, il chiapaneco Gustavo Castro, che ricevette uno sparo in faccia ed è curato in un ospedale privato honduregno; sicuramente è vivo perchè lo credettero morto.

A Berta la uccisero perchè la temevano e il potere odia chi gli provoca la paura per la quale la sua incessante produttività può essere fermata. Le spararono nel sonno dopo la prima giornata di un foro sulle energie alternative dal punto di vista indigeno; ossia, la uccisero mentre partecipava insieme ad altri compagni e compagne ad una scommessa per la vita davanti ad un mondo insostenibile che cade a pezzi.

Più che utopica Berta era concreta, terrena, cosciente della difficoltà di difendere i diritti dei popoli indigeni nella sua terra. Si afferava la volontà collettiva e della storia. Mi ha detto in varie occasione che le donne devono tornare a riconoscere che siamo streghe, che siamo capaci di dare la vita, di occuparci della salute, di conoscere e di sostenere la memoria di un popolo. Insisteva che questo di essere streghe oggi si chiama essere femministe e nel COPINH, che aveva cofondato con altre compagne ed altri compagni nel marzo del 1993, non solo si doveva lottare per la difesa dei diritti umani e del territorio del popolo lenca, contro la presenza militare del commando sud statunitense in Honduras e in favore del ritorno alla democrazia annichilita con il colpo di Stato del Giugno 2009, senza sforzarsi quotidianamente per la buona vita delle donne, il fine della violenza domestica e del riconoscimento degli apporti culturali ed economici femminili. “E’ tanto difficile lottare contro il maschilismo quando con i compagni si vuole anche costruire un mondo migliore”, ricordo che mi disse nell’accogliermi in casa di sua madre in Intibucà nel 2008.

Più che di se stessa, Berta voleva parlarmi di sua madre, Austraberta Flores, una ostetrica e attivista sociale del popolo lenca che fu deputata del congresso nazionale e sindaco di La Esperanza. Austraberta nel decennio del 1980 accolse rifugiati della guerra civile in El Salvador, sempre protesse donne che fuggivano dalle case dove il marito o il padre le menavano, aiutò a partorire chi non poteva permettersi un medico privato e insegnò a sua figlia il valore della difesa della vita e della solidarietà. In altre parole, Berta era orgogliosa di discendere da una progenie di donne poderose. Austraberta Flores davanti alla salma di sua figlia dichiarò che il crimine non rimarrà impunito e ancora: “L’assassinio di mia figlia è l’inizio di una lotta; alziamo la voce e lottiamo per uscire da un’impunità così tremenda che ci tiene in una situazione così difficile”

La compositrice interprete honduregna Carla Lara le dedicò una canzone al Gualcarque dove dice” Una si chiede da dove tanta forza, da dove Marcelina, da dove tanta Berta…Mi hanno raccontato un segreto, sono spiriti ancestrali che danno la vita ai corpi, che danno forza ai lenca…”. In realtà, nel paese più pericolo dell’America Centrale, dove una media di 13 persone sono assassinate ogni giorno, dove 109 ambientalista son stati assassinati negli ultimi 5 anni e dove i femminicidi si moltiplicano in numero e crudeltà, Berta era un’ambientalistra di sorprendente valore. Si muoveva per tutto il paese, tanto appoggiava una comunità marittima della costa Pacifica come denunciava lo sfruttamente che soffrono dalle imprese turistiche le coste garifunas dell’Atlantico. Aveva attuato misure preventive con due delle sue figlie e del suo figlio dovuto a che in varie occasioni era stata minacciata e aggredita. Comunque, festeggiava l’allegria, le piaceva la festa, mai si stancava di dialogare con chi credeva poteva apportarle idee, aiuti, soluzioni.

Il coordinatore del Movimento Madre Tierra Honduras, Juan Almendares, qualificò il suo assassinio come un crimine di lesa umanità, già che Berta era, ai suoi quasi 45 anni (non li compì per un giorno) “la massima leader nella storia della lotta ambientale in Honduras, una martire”. Non è l’unico che riconosceva il coraggio di Berta. Le femministe honduregne la hanno chiamata “nostra Berta”. Le poetesse, i membri del represso movimento LGTB, le organizzazioni del popolo garifuna e maya chorti, hanno manifestato contro l’impunità e le menzogne che possono girare intorno la morte di una donna difficile da ridurre con un solo aggettivo. Suo fratello Gustavo Càceres, come lei ambientalista, dichiarò a La Esperanza: “Le multinazionali l’hanno fatta uccidere”, al ricevere gli ambasciatori di Stati Uniti, James Nealon, e dell’Unione Europea, Ketil Karlsen, quando furono a mostrare la loro solidarietà alla famiglia durante il funerale che è stato realizzato nella sua città natale.

 

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Acerca de Francesca Gargallo Celentani

Escribo, soy lenta, pienso y odio las burocracias. A mis 59 años cuando tengo calor me desvisto porque siempre me ha gustado andar desnuda. He viajado todo lo que he podido con mi hija y ahora estoy feliz de que ella viaje por su cuenta: me encanta descubrir el mundo a través de su mirada (no siempre coincide con la mía). Tampoco amo mucho las tecnologías que nos hacen dependientes y nos controlan el tiempo diciendo que nos lo ahorran. A este propósito: he dejado la academia porque ahora no deja pensar con libertad ni escribir con placer

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